Erano gli anni di cose proibite,
dei primi turbamenti, i primi ardori.
Anni di mosca cieca e margherite,
dei baci di nascosto, i primi amori.
Erano anni a balli stretti stretti,
di cuori sul diario e di colori.
Anni di banchi a scuola, di biglietti:
- Dopo la campanella aspetto fuori. -
Erano anni che non puoi capire,
guance di mele rosse, d'oro e argento.
Anni che non potranno più venire,
parlano sottovoce e io li sento.
Ora che si avvicina l'imbrunire,
penso a quegli anni miei, anni di vento.
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Un due tre sulle labbra
a sillabare il volo degli aironi
e nelle orecchie
schiuma da barba profumata
e musica a tagliare il fiato,
dodecafonica.
A picco,
in questo cielo a spicchio sulla testa,
è senza ali il mostro ferito.
Vinto,
morendomi nei fiori nuovi di magnolia
e la sua rassegnazione.
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Tornami a gli occhi, a pelle, a cuore.
Grucce appoggiate l'una all'altra, noi,
siamo la mano e il braccio,
il vuoto e il pieno.
Nùtrimi di chiaroscuri
- logiche notturne seminude
e martingala viola alla vita -.
Màrgina di saliva le ferite
e nel decollo verticale degli orgasmi,
salta il crepaccio e vola oltre la consuetudine
- nel falso-vero è la verità delle bugie -.
Privo di pungiglione,
sogno la morte dei fùchi,
l'ape mia regina.
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Sorpresi a declinare amori stanchi, noi,
uomini di una stagione sola,
nel - fumo uccide -
ché la vita invece anche,
col capoufficio che ti tocca il culo
e tu che - non l'ha fatto apposta -,
viviamo di candeggi in lavatrice,
un euro d'enalotto nelle tasche
e l'agenzia di viaggi nelle scarpe.
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Smuro,
a tre passi da un'ora qualunque,
l'intrigo complice delle stagioni ormai perdute
e in questa vedovanza di sorrisi,
al gelo arato di rughe,
lascio le stoppie scritte a bordo pagina,
cariate da menzogne dolorose.
Oh possa io confondermi di nulla
migrando sulla rotta delle rondini,
oltre l'icona della sofferenza,
ortogonale a un tronco di carrubo.
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Smorendo al cigno della sofferenza,
il male, sgomita derive
e làcera cenacoli di sedie vuote,
prede intessute alla stessa ragnatela.
Poiché noi figli siamo di un'icona
- un michelangiolesco cristo in croce -.
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Scrivo a braccio, sul braccio,
o forse è meglio dire
ch'è il braccio che mi scrive,
spesso monco delle parole che non sa contare
- a undici si stacca -.
Sordo al ritmo
(non può essere altrimenti!) degli accenti
e muto in quarta, ben venga,
trapuntato in quinta.
Il poeta scrive coi piedi,
non tutti i poeti, vero,
ma la figura rappresenta il tratto
e a me, stasera, puzza la parola.
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Questi colori a deformare
il segno sulle tempie in abito grigio,
dentro,
un cristo alla parete cervicale
e raggi gamma inchiodati al costato,
senza una pasqua di resurrezione,
s'azzoppano nei giorni tutti uguali
ad aspettare chi? che cosa?
Giorni di cortisonici tormenti, sciatti,
a mendicare un attimo di tregua
ché fingere un sorriso non è facile,
così come rispondere a un telefono.
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E lavala tu questa poesia,
con un riflesso assonico di luce,
un po' d'azzurro strappato dal cielo,
l'atarassia dell'animo felice.
Stendila nell'assolo di una stella,
sulle tre corde della balalaica,
tra le coccole rosse dei ginepri
e nel profumo della violacciocca.
Stirala a fuoco lento sulla brace
con lamine cromate di vibrafono
e infine indossala come calendula
sanguigna e vai controvento all'inferno.
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Confina a nord con l'orizzonte
l'isola che il male, a sud, lentamente
consuma
e all'onda, il gesto,
straniato anche Dio,
è un passo incerto alla battigia, stanco.
Riscatta il tempo, la sopravvivenza,
rabbrividisce al volgersi, la fine,
ché di perpetuo non esiste il moto
e nell'oscillazione è l'amarezza del domani
di quest'isola mia.
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In quell'andare a struscio muro d'ombra,
sfugge, tra un battito di ciglia e l'altro,
l'ora del giorno che si appresta a sera
e mi dolora, genuflesso, l'ansia
nel dormiveglia tra la pietra fredda
e l'incartare del sole in persiane
rigate a coltello dal vento.
Come
il muso del cane, che mi somiglia,
scompiglio l'ombra a questa vita morta
nel segno dei miei denti sulla mela.
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E' un soffio di riporto sull'autunno,
chiazzato negli affusti,
a timonare il me di te nel verbo del ritorno.
Il crespo sciacquo all'onda di risacca,
l'albugine negli occhi della terra.
Formicolava il cielo a gocce quella sera,
fitta, ti rischiarava in viso,
la pioggia.
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Di quell'ossuta mano a ravviare, lenta,
l'azzurrità del cielo, madre,
ho qui davanti a gli occhi il gesto stanco
e a mezzasera,
in questa attesa assurda della fine,
pare appoggiarsi, fredda, alla mia spalla.
Fuori, avanza svelto,
il passo silenzioso dell'autunno.
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Dicotomie di amori in bancarella (un mazzo dieci euro)
e a calci e spinte e ghirigori farsi largo al cuore,
ché avvicinatevi signori, noi, svendiamo proprio tutto
anche quel misero pudore che ci resta.
Amori freschi, appena colti, sguardi che se prendi tre,
rischi di pagare mille volte d'averne lasciato uno
e poi sedie vuote e posti a tavola per chi non c'è,
non ci sarà mai più.
Solitudini, listini senza prezzo su ricordi stinti
come quei jeans che non ti vanno
e odio per le buste della spesa,
per le comari a contrattar lo sconto,
ché Marianeve, lei, non ha mai detto una parola
e cucinava bene.
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Abito, palustre,
la coda accesa della luna,
il semicerchio stillante
a graffiare la notte con le dita,
la polvere di stelle tra le cosce.
Ho scoperto la morte, bella!
- Vuoi forse fare l'amore con tua madre? -
E l'ho odiata. Poi, sono andato a spasso nel cervello,
attraverso il naso, l'occhio,
fino a palpare il sesso dell'ipòfisi,
orgasmo di una sega circolare.
Ora, sono così come mi vedi,
- un non vivo - e siamo in tanti,
ci diamo appuntamento al buio,
guarda, l'ultima a destra è la mia stella,
quella dove scrivo, vivo,
tutte le mie poesie.
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A scomputare un oltre
oltre la cruna dell'ago (o del lago?),
noi, imponderabili scabrose sponde
a ricamare cieli, intenti,
a punto e croce e così sia,
siamo (sì, amo) il letto ad una piazza
ed una piazza nel letto, sacrìleghi.
Umanità imprendibili viviamo, sconosciuti,
a pelle a pelle sui tram,
in coda ai supermarket, magri e belli
(più magri che belli)
- facce da yogourth senza zucchero
e pochi carboidrati -,
irrimediabilmente soli.
E soli di luce tiepida eravamo,
uomini tra gli uomini,
a scomputare altri oltre
oltre le crune degli aghi, noi,
laghi e sponde all'onda
e immensa quetitudine.
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A pollici contare i giorni in gola,
minuti zoppi al pendolo di stanchi tic,
che solo qualche tac, in levare,
solfeggia il cancro (aria di astanteria)
che mi muoio dentro.
La mela marcia, nemico e amico, cosa mia,
la sola. Di notti in bianco a chiedersi perché,
compagno, e di mattini a terapie
- quantomirestaancora -, sconosciuto
e continuare a odiare quei tic tac,
amare il giallo del tempo passato.
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Sferza la pula al viso forte il vento
e di granaglie l'umido sapore,
tra vagolanti stelle dispettose,
nel cielo stinto con la varecchina.
Ti ho vinta ai dadi tanto tempo fa,
fuori pioveva l'acqua di settembre
e l'abbuzzire dell'età sul seno
già s'accosciava al buio della strada.
- L'Italia casachiesa di puttane -
nel tuo parlare così tanto strano
e il pane nelle patte sbottonate
sapeva della casa in Albania.
Adesso non è facile spiegare
perché ti porto i fiori al cimitero.
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Sul barroccino di frutta e verdura
incorticato all'angolo del corso,
lupini e fichi d'india scintillavano
nell'acquolina in bocca dei ragazzi.
Erano gli anni della pasta e sarde,
del falco pecchiaiolo in aspromonte,
delle ginocchia sporche e spellacchiate,
del gracidare greve dei bufoni.
Sfilava tra le case abbarbicate,
nell'aria di ricotta stagionata,
la processione con l'astile in testa,
ricordo il barbugliare del torrente,
i pantaloni corti e nelle tasche,
un piccolo confetto d'anicino.
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T'offro un mazzo di versi appena colti,
timidi come i fiori di lillà
e provocanti come i gelsomini.
Hanno lo stelo del legno di noce,
il profumo del granturco maturo
e le foglie dell'arancio selvatico.
Sgorgano come l'acqua di sorgente,
soffici come la neve d'inverno
e candidi come un viso bambino.
Hanno i petali del giacinto acquatico,
i pallidi grappoli di mimosa
e la profluvie di rose vermiglie.
T'offro un mazzo di versi appena colti,
sono i colori della buganvillea,
la loro morbida essenza di vita.
Sfogliali nei pomeriggi a mezz'ombra
sotto l'abbraccio dei salci piangenti
e tra le fratte spinose del cuore.
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© 2005 - Anni di vento – di Enrico Besso
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